"CHIAMATI ALLA PROFONDITA'"
In Geremia 38:6 leggiamo che il profeta "affondò nel fango". Una fine a dir poco ingloriosa per un servo del Signore; ma era finito lì, in quel buco, non perché si fosse allontanato da Dio, bensì perché gli era stato fedele. Aveva ricevuto la vocazione profetica e una tale chiamata è sempre foriera di guai e tribolazioni che però non impediranno alla parola di raggiungere lo scopo prefissatogli dal Signore Stesso, l'Ispiratore di quella parola. "lo vigilo sulla mia parola per mandarla ad effetto" (Ger. 1:12). Il figlio di Chilchia è un uomo speciale; non cerca di auto-promuovere il proprio ministero, né tantomeno di curarne l'immagine. Non gli passa per la testa l'idea di poter diventare famoso e stimato nel suo ambiente e "much in demand" (molto richiesto) per seminari biblici, conferenze, campeggi e convegni nazionali e internazionali.
Il ministero non è suo, il servizio non è suo, l'ambiente non è suo, e ormai nemmeno la sua vita gli appartiene. Il Signore lo "aveva costituito profeta" (Ger. 1:5) e gli aveva detto di non aver paura di tutti quelli ai quali lo avrebbe mandato e di dir loro tutto quello che gli avrebbe comandato: "Non li temere, perché lo sono con te per liberarti" (Ger. 1:8). Dio gli rivolge la sua parola e gli dà una definizione eccellente di cosa sia un profeta: "Ecco, lo ho messo le mie parole nella tua bocca" (Ger. 1:9). Il privilegio di poter parlare nel nome dell'Eterno e proferire il "così dice il Signore" (non nella forma, ma nella sostanza), ha un valore incalcolabile ed è difficile da spiegare.
"Io sarò con la tua bocca" (Esodo 4:12), non è semplicemente un modo di dire; è l'impegno dell'Eterno verso il suo uomo; in gioco c'è la Sua Stessa integrità; il Signore sa che lo manderà per sradicare, per demolire, per abbattere, per distruggere, per costruire e per piantare, perciò dovrà plasmarlo e, come lo farà? Dovrà sradicare "delle cose" in lui; lo demolirà, lo abbatterà e lo distruggerà per poter costruire e piantare "delle altre cose" in lui. Così facendo, Dio potrà renderlo partecipe del suo cuore, vale a dire, del suo sentimento, dei suoi sospiri, del suo punto di vista, dei suoi pensieri, delle sue aspettative, delle sue delusioni, del suo amore, della sua ira, della sua giustizia e della sua santità. La parola rivoltagli (dal Signore) conterrà in sé tutti questi "elementi".
D'altronde l'ora lo esige e non può essere altrimenti perché le chiese sono andate dietro a cose che non giovano a nulla, e "il popolo di Dio ha cambiato la gloria per ciò che non giova a niente" (Ger. 2:8-11). Lo ascolteranno? Presteranno attenzione alla voce dall'alto? Qualunque sia il responso, il profeta continuerà imperterrito nella sua missione perché "non può tacere" (Ger. 4:19); non solo si identifica con Colui che l'ha mandato, ma è una stessa cosa con coloro ai quali è mandato, sentendone i gridi, le angosce e i sospiri ansimanti (Ger. 4:31). La piaga del popolo è profonda e non può essere curata alla leggera (Ger. 6:14). C'è molto metallo che luccica, tante opere che sembrano brillare, ma "non tutto ciò che luccica è oro" e così il profeta è "saggiatore di metalli" (Ger. 6:27), uno "smascheratore di travestimenti".
Il compito è immane; i destinatari della parola profetica hanno un cuore e delle orecchie incirconcisi (non lo ammetteranno mai), il Signore è vicino alla loro bocca, ma lontano dal loro intimo (Ger. 12:2). Il Signore li ha scelti perché "fossero suo popolo, sua fama, sua lode e sua gloria; ma essi non hanno voluto dare ascolto" (Ger. 13:11). "Ma se voi non date ascolto, io piangerò in segreto" (Ger. 13:17). Il profeta è eminentemente un intercessore, uno che spande il proprio cuore ai piedi del Signore; sa che tutto dipende dalla grazia del Signore (Lamentazioni 3:22) e allora continuerà a scongiurare il popolo perché si ravveda e torni al Signore. A questo punto potremmo e dovremmo chiederci, ma perché la chiamata profetica deve essere così radicale? Perché questa ricerca, quasi esagerata, di profondità?
Probabilmente, la risposta la troviamo al cap. 31:33; "lo metterò la mia legge nell'intimo loro, la scriverò sul loro cuore". Si tratta della rivelazione del Nuovo Patto e per far sì che questo avvenga, Dio non manderà dei semplici uomini o dei messaggeri angelici, ma si "scomoderà" in prima Persona. I profeti, mandati fin dal mattino con l'intento di riportare il popolo alle origini della Fede, potranno essere gettati dentro cisterne fangose, potranno essere lapidati e uccisi, ma il loro Signore sarà crocifisso; e la Croce sancirà, da parte del popolo, un No grande quanto una casa nei confronti dell'incarnazione di Dio. Un No religioso che non ne vuol sapere nulla di una Parola Vivente, capace di sprofondare nelle viscere e nelle midolla dell'esistenza umana per poter scrivere la legge di Dio proprio lì, dove risiedono i sentimenti, i pensieri, le motivazioni, gli atteggiamenti, i desideri e le intenzioni del cuore.
La croce mette in evidenza che il cuore dell'uomo è insanabilmente maligno (Ger. 17:9), ma alla croce Dio scende nelle profondità dell'uomo, debellandone tutto il marciume che vi si annida ben nascosto. Toglie il cuore di pietra, sotto forma di precetti di uomini e di tradizioni religiose ortodosse, riformate, pentecostali e carismatiche, e gli dà un cuore nuovo. Mi chiedo: quanti stanno rispondendo a questa vocazione; una chiamata alle profondità di Dio, una chiamata che ci faccia riavvicinare al Calvario, vocazione superna per il Cristo e per tutta la sua Chiesa ovunque in Italia.
Allora, e solo allora, il Vangelo sarà riposizionato nel suo alveo originario e potrà essere veramente il Vangelo della Resurrezione, anzi, della Morte e della Resurrezione. L'apostolo Paolo in 1 Corinzi 2:10 fa riferimento alle profondità di Dio...; facciamoci riferimento anche noi!
Aldo Gangi
"CREDETTERO A DIO" (GIONA 3:5)
Credere è una parola biblica che, nell'esperienza dei molti, ha smarrito la profondità del suo significato più autentico e genuino. Evidentemente ha subito un trattamento di sterilizzazione così potente ed efficace, da renderla del tutto innocua, proprio nella vita di un gran numero di cosiddetti "credenti". Ahi noi! Ci siamo abituati a vivere e camminare in contraddizioni e incoerenze che dispiacciono al Signore Quando qualcuno fa professione di credere e, aggiunge a questo, anche un solenne tremore a conferma di quanto sia seria la sua fede, ce ne rallegriamo e ne siamo felici. Facendolo, però, trascuriamo un particolare non di poco conto: "anche i demoni credono e tremano" (Giacomo 2:19). Allora è chiaro che ci deve essere "un qualcosa" che fa la differenza (tra noi e loro). Quel qualcosa che conduce il credente (colui-colei che crede) ad avere dentro di sé fiumi d'acqua viva che scorrono (Giovanni 7:38).
Giona fu un profeta scelto da Dio per portare un messaggio di giudizio e distruzione agli abitanti di Ninive (Giona 3:4). il profeta dopo aver attraversato un'esperienza di morte e resurrezione, comunicò loro la Parola del Signore, così "i niniviti credettero a Dio" (3:5). Non ci viene detto che tremarono, ma indubbiamente si ravvidero. Oserei troppo nell'affermare che i niniviti "ricevettero la Parola con mansuetudine"? (Giacomo 1:21).
Fatto sta, che avendo creduto alla parola profetica, "bandirono un digiuno, si vestirono di sacchi, dai più grandi ai più piccoli e persino il re s'alzò dal suo trono, si tolse di dosso il manto, si coprì di un sacco e si mise a sedere sulla cenere" (3:5-6). Non contenti di tutto ciò, nella "foga" del loro pentimento, coinvolsero pure animali e bestie, "che tutti gridino con forza a Dio e ognuno si converta dalla sua via malvagia" (3:7-8).
Qui abbiamo a che fare davvero con un credere biblico, fatto non soltanto di parole o formule dottrinali, bensì di profonde, autentiche, genuine e necessarie CONVERSIONI. Credere in Dio, dimostra che la sua Parola non solo ci ha toccato, ma pure ci ha cambiati e finalmente saremo stufi di essere sempre toccati e mai cambiati.
A Ninive, Dio sentì le loro grida di costrizione e di ravvedimento? Certamente! Ma andò oltre: "Vide quel che FACEVANO, vide che SI CONVERTIVANO dalla loro via malvagia"(3:10). A questo punto potremmo (forse) chiederci, cosa vede Dio in noi quando diciamo di credere.
EZECHIELE 22:30;
E Iu ciccai, comu ugghia pessa, unu fra iddi
c’ abbissassi u mura e si mittissi popriu unni
s'ava sdirrupatu; pi putiri stari r’innanzi a Mia
p’amuri do paisi, ma non truvai a nuddu.
Ed io ho cercato fra loro qualcuno che riparasse
la cinta e stesse sulla breccia davanti a me
in favore del paese, ma non l'ho trovato.
QUARANTASETTE VOLTE INDIA
Tra la fine di Maggio e inizio Giugno di quest'anno abbiamo avuto la visita di Norman Meeten
Avremmo dovuto dire, del nostro caro, prezioso, amato, instancabile Norman; e lui è tutto questo e molto più che tutto questo, è un nostro amico. Negli ultimi anni non è stato bene (fisicamente), ha dovuto sottoporsi a diversi interventi chirurgici, ma alcuni dei suoi (importanti) problemi non sono stati risolti, lasciandolo con continui dolori che tormentano il suo corpo.
Dire che, averlo avuto tra noi, è stata una benedizione, è dire poco. Si è verificato quello che Paolo sperimento con i Galati: "mi accoglieste come un angelo di Dio, come Cristo Gesù Stesso" (Gal.4.14). La Parola che Norman ha condiviso è stata Cristocentrica all'ennesima potenza (potete ascoltarla nella sezione "parola proclamata") e siamo stati oltremodo edificati; ebbene si, la Vita di Cristo in noi è la sola e unica Vita degna d'essere chiamata tale e Dio mostra tutta la Sua (onni)potenza per attuarla in ciascuno di noi.
Norman, prima che venisse da noi, è stato, per un mese circa, in India. Praticamente, in tutti gli incontri che abbiamo avuto, ha ripetuto che, questa, è stata la quarantasettesima volta che è andato in missione in quella grande Nazione e "ci andrò ancora fin quando il Signore non mi porterà in Cielo". Conosciamo la passione di Norman per il popolo indiano e per la Chiesa in India; la sua dedicazione è un esempio con cui confrontarsi e seguire. C'è da riflettere sul fatto che per molto meno (ma molto meno!) noi ci tiriamo indietro e trascuriamo la "nostra dedicazione" per il Signore e la chiesa e non adempiamo i "nostri voti" a Dio, sotto il peso dei nostri problemi e delle situazioni nelle quali ci veniamo a trovare.
Amare il Signore e amare la fratellanza vanno di pari passo; che incoraggiamento! sapere di poter contare sui fratelli, in ogni momento. La chiesa non è un edificio, la chiesa siamo noi, fratelli e amici di Gesù, chiamati insieme a seguire le Sue orme e ad adempiere cosi la Sua volontà. Noman non vede l'ora di poter andare per la quarantottesima volta in India, che il sole "splenda"o no; noi non vediamo l'ora di essere fedeli al nostro Signore nelle piccole cose del nostro vivere quotidiano.
La distanza non sarà la stessa di come andare in India, ma la qualità sì, perché ogni cosa che facciamo la facciamo come per il Signore... fin quando Egli non ci porterà in Cielo.
Gli amici di Gesù